Il mio Tibet. Kham, Tibet sconosciuto.

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Tibet, Tibet. La destinazione risuona nella mia testa. Un posto affascinante, pieno di mistero,  spiritualità, natura incontaminata… Sì, saremmo andati in Tibet quell’estate.

Come sempre, decido di muovermi in autonomia. Guardo i siti, le guide turistiche. Capisco subito che bisogna fare un permesso speciale, che non è possibile visitare da soli la regione, ma che si deve essere sempre accompagnati da una guida locale. La cosa non mi convince. E i costi sono molto alti. Sono un po’ delusa… Decido di cercare su Instagram qualche foto, qualche suggestione. Scopro così che anche fuori dalla Provincia Autonoma del Tibet, c’è una ampia zona tibetana. M’imbatto, infatti, in alcune foto stupende del Tibet Kham… Il Tibet Kham è, in parte, in Sichuan. E, dunque, si può visitare in completa autonomia e senza permessi. Ci sono poche foto e sulle guide poche pagine. La cosa colpisce molto la mia immaginazione. Poche foto significa poco turismo che a sua volta significa viaggio complicato, ma spesso molto autentico. La faccenda comincia a piacermi. Mi piace viaggiare fuori dai percorsi, sono abituata ad adattarmi e adoro le sfide. Sì, saremmo andati in quella zona.

Partiamo da Chengdu, capitale del Sichuan, dove la gran parte dei turisti viene per vedere i Panda giganti (troppo carini!). Viaggiamo nel Kham per dodici giorni, in auto. Ogni giorno è una scoperta, una magia, ma alcuni luoghi per me diventano un salto in un’altra dimensione. Sì, proprio così, un salto quantico, sbalzati dentro a un sogno, un sogno con gli occhi ben aperti. E come ogni salto quantico che si rispetti, serve una “porta”, una soglia da oltrepassare. Per me la porta sono i passi di montagna da attraversare, i passaggi strepitosi ad altitudini tra i 4270 metri e i 5050 dove arrivi con il fiato corto e la testa che scoppia e non sai se è per l’altezza o per l’emozione di vedere migliaia di bandiere della preghiera colorate tese nel vento, per la vista sulla prateria verdissima costellata di Yak (le “mucche” pelose di queste parti) che pascolano vicino alle tende bianche dei nomadi.

 

 

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Primo salto quantico.

Partiamo presto da Xinduqiao, a pochi chilometri c’è l’ultimo aeroporto, il Daocheng Yading Airport, il più alto del mondo. La strada è stupenda, una valle lungo un torrente. Da queste parti l’acqua non manca: si costeggiano, quasi sempre, ruscelli che, scendendo, diventano torrenti e poi fiumi, a volte anche molto grandi. Anche in questo caso l’acqua è impetuosa… E mentre siamo persi ad ammirare la natura, ecco il primo ponte tibetano… pieno di bandiere, apparentemente fragile sulle rapide. E con lui le prime pietre con le parole sacre incise o dipinte e le immagini di Buddha nelle sue diverse manifestazioni… Con queste immagini negli occhi arriviamo sulla piazza di Tagong. C’è una grande animazione, tantissime persone entrano nel tempio. Dentro sta per prepararsi una cerimonia speciale. Così speciale che sono venuti quattro Lama, da lontano a presenziare. Gli spettatori sono quasi esclusivamente tibetani in abiti tradizionali: le donne hanno gioielli e acconciature speciali, gli uomini i tipici cappelli. Per l’occasione il cortile del tempio è addobbato con bandiere e tendaggi con le immagini di Buddha. L’atmosfera è incredibile. Ma il meglio deve ancora venire. A un certo punto inizia la musica e da dietro una tenda, ecco uscire decine di monaci che sfilano suonando gli strumenti tradizionali, tra cui gli spettacolari lunghissimi corni. Il cortile si riempie di suoni e di colori. Sì, ora siamo davvero in Tibet, in quel Tibet che ho sognato di visitare. La festa è bellissima: i monaci ballano in tondo e suonano. Siamo a 3700 metri, sotto la montagna, il cielo è blu. Il tempio rosso scuro, gli addobbi giallo oro. Sento una profonda vertigine prendermi. Chi sono? E cosa voglio da questa vita?

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Secondo salto quantico.

Partiamo da Garze direzione Yarchen Gar il sito dove abitano 10.000 monache e moltissimi monaci: una specie di città sull’ansa di un fiume a quasi 4000 metri. Un posto super spirituale. Per arrivare dobbiamo superare un posto di blocco. Ma i controlli sono sbrigativi: quando abbiamo visitato noi la zona non c’erano tensioni, almeno apparentemente. Arriviamo e sentiamo cantare in lontananza. Ci affrettiamo e quello che ci aspetta è veramente unico: migliaia di monache e monaci nel cortile del tempio in preghiera. È un mare rosso. Hanno appena finito e si stanno alzando. Dall’emozione non riesco neanche a scattare una foto. Mi riprendo subito. E scatto volti meravigliosi, occhi e sorrisi dolcissimi che ci guardano incuriositi. Non vediamo occidentali e anche i pochi turisti cinesi sono in cima alla collina a rimirare lo spettacolare panorama del posto. Solo io e Carlo siamo quaggiù, a bordo fiume in mezzo a questa folla colorata e sorridente. Attraversiamo un ponte completamente immersi in una fiumana di monache… seguiamo il flusso. Dall’altra parte un grande slum con baracche fatiscenti, dove le devote vivono in totale povertà, passando le loro giornate tra canti e preghiere. È vietato entrare, quindi giriamo intorno alla baraccopoli e riusciamo a raggiungere un altro tempio dove si stanno radunano migliaia di monache a cantare. È veramente incredibile. Sono sedute per terra, cantano, mentre fanno roteare le ruote della preghiera. È un mare di teste rapate, di tonache rosse e di suoni sacri. Ci sediamo ad ascoltare, a pregare forse.

Quando ripartiamo vediamo volare alti gli avvoltoi, ci spiegano che c’è stato un funerale: qui i morti vengono fatti a pezzi all’aperto e offerti agli avvoltoi perché la carne ritorni alla natura.

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Terzo salto quantico.

Siamo a Dege dove si trova la più grande stamperia di libri sacri del Tibet. Non capiamo esattamente cosa stiamo per visitare. È un edificio sacro, intorno al quale, a tutte le ore, i fedeli camminano, pregando, sempre in abiti tradizionali, sempre con le acconciature e i gioielli nei capelli, facendo roteare le ruote della preghiera. Entriamo. C’è un grande stanzone, dove senza posa, si stampano i testi sacri, ancora a mano, inchiostrando le tavole di legno incise. A due a due, una decina di coppie di uomini, in perfetta sincronia inchiostrano le tavole rettangolari in legno con incise le “pagine” dei libri. Appoggiano un foglio bianco e lo stampano a contatto. I gesti sono velocissimi. Intorno a loro, decine di corridoi pieni di tavole. Migliaia di tavole, contenenti tutti i testi. Camminiamo nella quasi oscurità in mezzo a questi “libri” di legno. La sapienza, la saggezza è contenuta in questo edificio, in questi bui corridoi, dove i monaci si muovono silenziosi, prendendo dagli scaffali le parole di legno. Che ci sia anche il segreto della vita? Mi sembra di essere tornata indietro nel tempo, o forse avanti. È reale tutto quello che sto vedendo? Fuori la folla cammina pregando intorno all’edificio, come se proteggesse questo spazio, come se l’intero sapere del mondo fosse depositato in questo magico luogo e i tibetani di Dege ne fossero i custodi.

Quarto salto quantico.

La valle che si apre davanti a noi è mozzafiato. Siamo al Dzogchen Monastery. Ci sono numerosi edifici dorati, templi, decine di alloggi di monaci e sullo sfondo un ghiacciaio. Sembra il regno misterioso di un film fantasy come il Signore degli Anelli, la città proibita di un pianeta di Star Trek o di Guerre Stellari. Sulle nostre teste, volteggia un grande rapace, forse un’aquila, sembra sia venuto a salutarci. All’ingresso un grosso cervo con le sue possenti corna. Ci fermiamo a visitare un edificio molto grande. Entriamo e capiamo che si tratta dell’alloggio dei monaci: tante stanzette, intorno a uno spazio comune. Ci viene incontro un ragazzino monaco vestito di rosso. Ci fa segno di seguirlo, ci mostra delle chiavi. Apre per noi la porta del tempio che c’è poco più in là. Ci mostra le reliquie contenute, ci offre del te al burro di Yak e ci benedice sotto lo sguardo austero di un Buddha dorato. Non credo che abbia più di 13 anni. Siamo senza parole. Decidiamo di dormire nella foresteria coloratissima del tempio. Non c’è acqua corrente, i bagni sono in comune e senza porte (come in gran parte della Cina rurale). L’acqua è gelata e anche l’aria. Ma la famiglia tibetana che alloggia a fianco a noi ed è venuta in gita al tempio, ci offre la tsampa (un cibo a base di farina di orzo e di burro di Yak) e un mare di sorrisi. Così noi sentiamo un tepore nuovo: sarà questa forse la felicità? Alziamo gli occhi al cielo: è pieno di enormi scie di stelle cadenti, che con l’altezza, la limpidezza e il buio di qui sono straordinariamente belle. Sì. È certamente questa la felicità.

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Potrei raccontarvi ancora delle scuole di monaci che abbiamo visitato con le lezioni di ceramica, di musica, di filosofia; potrei cercare di descrivere la gentilezza delle persone che abbiamo incontrato, i loro volti scavati dal sole e dal freddo. Potrei dirvi i nomi di tutti i templi maestosi che abbiamo visitato, dei monasteri mistici e al tempo stesso misteriosi, come quello davvero speciale di Katok. Potrei dirvi che la natura è bellissima, selvaggia, forte. Potrei. Però spero che possiate un giorno andare anche voi a visitare questi luoghi e mi piace pensare che sia questo mio piccolo articolo ad avervi ispirato. Buon viaggio nel Tibet Kham.

8 pensieri su “Il mio Tibet. Kham, Tibet sconosciuto.

  1. Grazie Cri per aver condiviso tutto ciò..fa sognare e riflettere..ma siccome l’appetito vien mangiando, mi piacerebbe vedere altre foto…un abbraccione!

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  2. Anni fa, pensandoci un attimo mi pare che siano ormai una ventina… andai in Ladakh, detto il piccolo Tibet (cercando il Tibet senza i necessari permessi) , il tuo racconto e le tue foto mi riportano a quel cielo blu cobalto, a quei monasteri in cima alle montagne, ai monaci quieti nell’aria rarefatta che parla di una dimensione più alta, alle bandierine che spargono al vento le preghiere dove c’è solo cielo, vuoto, e una lontana fragranza di chi siamo veramente … grazie

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