Goodbye Mrs. Chen: viaggio nella Cina rurale.

Goodbye Mrs. Chen: viaggio nella Cina rurale.

“Be careful” mi dice il ragazzo con la mascherina antifumo “There’s a protest here”. Non ha più di vent’anni. Indossa una T-shirt nera e un elmetto giallo, cammina a fianco a me per le vie di Hong Kong , scosse dalla guerriglia urbana e dalle proteste. Sì, starò attenta, rispondo. Ma in realtà sto pensando ad altro. Sto pensando alla signora Chen.
Quando ho incontrato la signora Chen, aveva ottant’anni. O almeno così ci hanno detto in un inglese stentato. Era cresciuta in un villaggio della minoranza Miao nel Guizhou uno stato prevalentemente rurale e poco conosciuto del Sud della Cina.

Eravamo partiti un paio di giorni prima dalla capitale, Guiyang, per visitare questi villaggi, fermi nel tempo, tra le montagne.  Montagne ricoperte da risaie. Non immaginavo uno spettacolo così imponente. Il riso è già alto, un trionfo di sfumature di verde si presenta davanti ai nostri occhi. Per chilometri e chilometri le risaie si intersecano, una sull’altra, dal fondo valle fin quasi alla cima. Qualche figura umana sbuca tra il verde con il tipico cappello di bambù. Alcuni, a mani nude, pescano nella risaia, carpe credo. Le immagini delle stampe tradizionali cinesi, qui prendono vita: le nubi basse alla mattina, le gradazioni rosa del cielo, i boschi di bambù, i bambini che giocano nell’acqua insieme ai bufali e altri  pescatori che in mezzo ai fiumi lanciano le reti a campana…

Per un attimo penso che sia tutto finto, che mi stia trovando in un parco etnografico a tema. Ma no. Qui è tutto vero. È un tuffo nel passato. In questa zona abitano 19 minoranze etniche. Le principali sono i Miao, come la signora Chen,  e i Dong. Ogni villaggio ha le sue casette in legno, il fiume intorno al quale si svolge la vita e i ponticelli, dove le persone si incontrano: gli uomini per fumare lunghe pipe di bambù e ceramica e le donne per chiacchierare.

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Ah le donne. Indossano tutte il costume tradizionale. Ogni villaggio ha il suo stile. I capelli sono lunghissimi e agghindati in grandi chignon, spesso aumentati da extension vere o false, chiusi da fiori vistosi. I vestiti sono ornati da passamanerie colorate e anche il tessuto tipico di qui è cangiante.  Avremmo presto imparato che viene tessuto ancora a mano. A telaio, come una volta. E non solo. A mano, viene anche tinto:  con una tintura naturale che proviene dalle foglie di un arbusto, raccolto in grandi quantità e trasportato con bilancieri carichi e pesanti giù dalle colline.  Le pezze colorate in questo modo antico, vengono poi rese cangianti da una miscela a base di albume, spennellata grazie a piume di galline. Queste lunghe stoffe tradizionali avrebbero accompagnato, colorandolo, tutto il nostro viaggio, stese al sole ad asciugare.

Nei giorni di festa si mettono anche i gioielli: catene e corone d’argento. Alcune molto vistose a forma di corna, con fiori e decori arzigogolati. Lo vediamo nell’unico villaggio per turisti che incontriamo. Ogni sera gli abitanti si trasformano in performer e danzano e cantano per un centinaio di cinesi di città venuti fin lì per l’occasione.

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I costumi sono molto belli e curati e io mi convinco che è per la messa in scena turistica, ma mi sbaglio. Incontriamo, più avanti, addentrandoci all’interno, una festa del raccolto. E qui non ci sono turisti, solo noi arrivati per sbaglio senza saperlo. Le donne hanno gli stessi bellissimi costumi e tutti ballano e cantano. Quello che stiamo vedendo è reale. Si tratta di un isolamento culturale per tutelare la specificità della propria minoranza, o forse voluto dal Governo, certo si è che  sono davvero lontani da tutti. Queste persone vivono in uno strano spazio tempo, dove il ritmo e le modalità quotidiane sono ottocentesche, ma la tecnologia, per lo meno quella telefonica, è quella di oggi. Curioso e molto interessante.

Anche noi dobbiamo sembrare, ai loro occhi, strani. Quando scendiamo dalla macchina, ci guardano sorpresi e divertiti. No, da queste parti, gli occidentali non vengono quasi mai. Effettivamente non è facile. Le strade di montagne, sono abbastanza ben tenute, ma si inerpicano tra una vallata e l’altra. E senza un’auto probabilmente ci sarebbero voluti molti giorni e molta pazienza. Qui nessuno parla inglese. E anche questo non rende le cose semplici. Per dormire siamo ospiti di guest house più o meno autorizzate.

Mi guardo intorno. E vedo riso, riso, riso. Essere circondati dal cibo, da quello che diventerà cibo, mi dà una grande forza. È come se sentissi l’energia della natura che nutre e sostiene le sue creature. Qui tutto avviene in equilibrio. I bufali arano le risaie, le anatre le concimano, le carpe le tengono pulite dai parassiti e il riso cresce pronto per essere raccolto, steso su asciugatoi in legno e poi lavorato, sempre a mano. La vita scorre lenta secondo un  ritmo naturale, tradizionale, come una volta. Questo ritorno alle origini, alla vita rurale, come quella delle nostre campagne, è una esperienza strana: ci obbliga a capire come possono funzionare le cose, ma anche a sentire in maniera differente, ad affinare l’ascolto e nello stesso tempo al recuperare in una memoria ancestrale, quella stessa scansione del tempo, quel ritmo forse più rispettoso, più umano.
Le prime aperture verso il resto della Cina qui sono cominciate dalla metà degli anni 80. Prima questi villaggi erano ancora più isolati, chiusi nel loro mondo.

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Per questo penso che sia giusto onorare la signora Chen.
Già perché quando incontro la signora Chen, lei è morta da poche ore. È dentro a una bara trasparente. È una bara refrigerata, abbellita da led colorati che cambiano colore. La signora Chen è lì sdraiata nel suo costume tradizionale, mentre l’intera sua famiglia fa festa.  Alla base di questa teca, che mi ricorda quella di Biancaneve o della Bella Addormentata, ci sono le offerte votive: riso, acqua, fiori, frutta, incensi…

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La festa è cominciata il giorno prima con l’arrivo nel villaggio di decine di corone di carta colorata.
Un maiale ormai a pezzi è lì per terra nel vicolo di fronte alla casa della defunta, fin dal nostro arrivo al villaggio. E suonatori di acute trombette e di uno straordinario strumento a fiato che suona come un organo si adoperano incessantemente ad accompagnare la defunta verso l’aldilà. Ogni tanto una scarica di petardi taglia l’aria, zittendo la musica.

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Tutto il villaggio sta rendendo onore alla signora Chen, gli uomini giocano a Mah Jong, vengono offerte sigarette, spagnolette e semi di girasole.
Ci fanno segno di entrare. Io sono perplessa, mi sembra di violare una privacy. Ma i parenti insistono, ci portano davanti alla stanza dove un gruppo di persone del villaggio, uomini e donne stanno ballando intorno alla bara colorata. Sono basita. Ballano, al ritmo ipnotizzante della musica di questo “organo a bocca”. Passi semplici, avanti e indietro. In cerchio intorno alla salma.
Guardo colpita questo modo di celebrare. Sono immersa nei miei pensieri, quando qualcuno mi prende per mano e mi fa entrare nel cerchio. Sono impietrita. Ma seguo il flusso. Seguo i passi. Io, proprio io, che non so ballare. Ma la musica è coinvolgente e l’emozione di questa danza macabra, rende i miei piedi agili e veloci. Ballo, ballo, senza riflettere. E a un certo punto capisco. Capisco perché sto ballando per la signora Chen, improvvisamente, nella mia mente che tiene il tempo e fa muovere i piedi, diviene chiaro perché sto danzando al suo funerale insieme a donne e uomini Miao in costume. La signora Chen è la prima generazione che ha visto arrivare gli occidentali in questa terra lontana. Nel bene e nel male, abbiamo contribuito a cambiare la vita di queste popolazioni.
Così al suo funerale, per uno strano scherzo del destino e del tempo, sono chiamata a rappresentare questa componente. Rendo onore alla signora Chen, ballo intorno alla sua salma, l’accompagno in un’altra vita e rappresento così il cambiamento di un’epoca, il segno di un cambiamento nella Cina, in questo Paese immenso e a tratti complesso da comprendere.

Ballo, mi stordisco con questa musica e mi sembra di partecipare a un pezzo di storia di questo popolo…

“Be careful”… mi dice ancora il ragazzo di Hong Kong. Già, anche lui mi fa sentire al centro di un cambiamento. Un mondo in evoluzione. Una storia tutta da scrivere. E la certezza che la nostra umanità, comunque vada la Storia, quella con la S maiuscola, è il bene più prezioso, quello che ci consacra all’eternità.

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5050: perché il mio blog si chiama così?

5050: perché il mio blog si chiama così?

5050 Perché fare a metà è un valore. Condividere è il futuro.
5050 Perché sono i miei anni e quelli che spero ancora di vivere.
5050 Perché sono i Paesi che ho visitato e quelli che vorrei visitare.
5050 Perché è l’altezza massima di una montagna in Tibet sulla quale sono stata e dove mi è venuta l’idea di questo blog. Si sa, quando manca ossigeno, si fanno sogni visionari.
5050 Perché è due volte 50, il numero santo, somma dei quadrati (9+16+25) costruiti sul triangolo sacro di Pitagora (3,4,5).
5050 Perché il 50 nell’antica Roma era il numero della giustizia. E di questi tempi è meglio averlo doppio.
5050 Perché nella Smorfia, 50 è il numero del pane. E non basta mai.
5050 Perché è il numero di follower che vorrei avere.
5050 Perché l’Angelo numero 50, Daniel è il mio Angelo Custode.
5050 Perché il 5 ha a che fare con la libertà, l’avventura, la curiosità e il coraggio. E tutte queste cose vorrei metterle negli articoli del mio blog…
5050 Perché mi piace sia il suono, che la forma di questo numero. E così ho deciso.
Scriverò di fenomeni sociali, di teatro, di cinema e di viaggi. Racconterò, come ho fatto nei documentari e nei reading, come vedo le cose e come mi piacerebbe che fossero.
Penso a un paio di articoli al mese. Per approfondire e far pensare.
E mi piacerebbe sapere cosa ne pensate.
5050… aspetto la vostra parte.