Goodbye Mrs. Chen: viaggio nella Cina rurale.

Goodbye Mrs. Chen: viaggio nella Cina rurale.

“Be careful” mi dice il ragazzo con la mascherina antifumo “There’s a protest here”. Non ha più di vent’anni. Indossa una T-shirt nera e un elmetto giallo, cammina a fianco a me per le vie di Hong Kong , scosse dalla guerriglia urbana e dalle proteste. Sì, starò attenta, rispondo. Ma in realtà sto pensando ad altro. Sto pensando alla signora Chen.
Quando ho incontrato la signora Chen, aveva ottant’anni. O almeno così ci hanno detto in un inglese stentato. Era cresciuta in un villaggio della minoranza Miao nel Guizhou uno stato prevalentemente rurale e poco conosciuto del Sud della Cina.

Eravamo partiti un paio di giorni prima dalla capitale, Guiyang, per visitare questi villaggi, fermi nel tempo, tra le montagne.  Montagne ricoperte da risaie. Non immaginavo uno spettacolo così imponente. Il riso è già alto, un trionfo di sfumature di verde si presenta davanti ai nostri occhi. Per chilometri e chilometri le risaie si intersecano, una sull’altra, dal fondo valle fin quasi alla cima. Qualche figura umana sbuca tra il verde con il tipico cappello di bambù. Alcuni, a mani nude, pescano nella risaia, carpe credo. Le immagini delle stampe tradizionali cinesi, qui prendono vita: le nubi basse alla mattina, le gradazioni rosa del cielo, i boschi di bambù, i bambini che giocano nell’acqua insieme ai bufali e altri  pescatori che in mezzo ai fiumi lanciano le reti a campana…

Per un attimo penso che sia tutto finto, che mi stia trovando in un parco etnografico a tema. Ma no. Qui è tutto vero. È un tuffo nel passato. In questa zona abitano 19 minoranze etniche. Le principali sono i Miao, come la signora Chen,  e i Dong. Ogni villaggio ha le sue casette in legno, il fiume intorno al quale si svolge la vita e i ponticelli, dove le persone si incontrano: gli uomini per fumare lunghe pipe di bambù e ceramica e le donne per chiacchierare.

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Ah le donne. Indossano tutte il costume tradizionale. Ogni villaggio ha il suo stile. I capelli sono lunghissimi e agghindati in grandi chignon, spesso aumentati da extension vere o false, chiusi da fiori vistosi. I vestiti sono ornati da passamanerie colorate e anche il tessuto tipico di qui è cangiante.  Avremmo presto imparato che viene tessuto ancora a mano. A telaio, come una volta. E non solo. A mano, viene anche tinto:  con una tintura naturale che proviene dalle foglie di un arbusto, raccolto in grandi quantità e trasportato con bilancieri carichi e pesanti giù dalle colline.  Le pezze colorate in questo modo antico, vengono poi rese cangianti da una miscela a base di albume, spennellata grazie a piume di galline. Queste lunghe stoffe tradizionali avrebbero accompagnato, colorandolo, tutto il nostro viaggio, stese al sole ad asciugare.

Nei giorni di festa si mettono anche i gioielli: catene e corone d’argento. Alcune molto vistose a forma di corna, con fiori e decori arzigogolati. Lo vediamo nell’unico villaggio per turisti che incontriamo. Ogni sera gli abitanti si trasformano in performer e danzano e cantano per un centinaio di cinesi di città venuti fin lì per l’occasione.

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I costumi sono molto belli e curati e io mi convinco che è per la messa in scena turistica, ma mi sbaglio. Incontriamo, più avanti, addentrandoci all’interno, una festa del raccolto. E qui non ci sono turisti, solo noi arrivati per sbaglio senza saperlo. Le donne hanno gli stessi bellissimi costumi e tutti ballano e cantano. Quello che stiamo vedendo è reale. Si tratta di un isolamento culturale per tutelare la specificità della propria minoranza, o forse voluto dal Governo, certo si è che  sono davvero lontani da tutti. Queste persone vivono in uno strano spazio tempo, dove il ritmo e le modalità quotidiane sono ottocentesche, ma la tecnologia, per lo meno quella telefonica, è quella di oggi. Curioso e molto interessante.

Anche noi dobbiamo sembrare, ai loro occhi, strani. Quando scendiamo dalla macchina, ci guardano sorpresi e divertiti. No, da queste parti, gli occidentali non vengono quasi mai. Effettivamente non è facile. Le strade di montagne, sono abbastanza ben tenute, ma si inerpicano tra una vallata e l’altra. E senza un’auto probabilmente ci sarebbero voluti molti giorni e molta pazienza. Qui nessuno parla inglese. E anche questo non rende le cose semplici. Per dormire siamo ospiti di guest house più o meno autorizzate.

Mi guardo intorno. E vedo riso, riso, riso. Essere circondati dal cibo, da quello che diventerà cibo, mi dà una grande forza. È come se sentissi l’energia della natura che nutre e sostiene le sue creature. Qui tutto avviene in equilibrio. I bufali arano le risaie, le anatre le concimano, le carpe le tengono pulite dai parassiti e il riso cresce pronto per essere raccolto, steso su asciugatoi in legno e poi lavorato, sempre a mano. La vita scorre lenta secondo un  ritmo naturale, tradizionale, come una volta. Questo ritorno alle origini, alla vita rurale, come quella delle nostre campagne, è una esperienza strana: ci obbliga a capire come possono funzionare le cose, ma anche a sentire in maniera differente, ad affinare l’ascolto e nello stesso tempo al recuperare in una memoria ancestrale, quella stessa scansione del tempo, quel ritmo forse più rispettoso, più umano.
Le prime aperture verso il resto della Cina qui sono cominciate dalla metà degli anni 80. Prima questi villaggi erano ancora più isolati, chiusi nel loro mondo.

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Per questo penso che sia giusto onorare la signora Chen.
Già perché quando incontro la signora Chen, lei è morta da poche ore. È dentro a una bara trasparente. È una bara refrigerata, abbellita da led colorati che cambiano colore. La signora Chen è lì sdraiata nel suo costume tradizionale, mentre l’intera sua famiglia fa festa.  Alla base di questa teca, che mi ricorda quella di Biancaneve o della Bella Addormentata, ci sono le offerte votive: riso, acqua, fiori, frutta, incensi…

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La festa è cominciata il giorno prima con l’arrivo nel villaggio di decine di corone di carta colorata.
Un maiale ormai a pezzi è lì per terra nel vicolo di fronte alla casa della defunta, fin dal nostro arrivo al villaggio. E suonatori di acute trombette e di uno straordinario strumento a fiato che suona come un organo si adoperano incessantemente ad accompagnare la defunta verso l’aldilà. Ogni tanto una scarica di petardi taglia l’aria, zittendo la musica.

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Tutto il villaggio sta rendendo onore alla signora Chen, gli uomini giocano a Mah Jong, vengono offerte sigarette, spagnolette e semi di girasole.
Ci fanno segno di entrare. Io sono perplessa, mi sembra di violare una privacy. Ma i parenti insistono, ci portano davanti alla stanza dove un gruppo di persone del villaggio, uomini e donne stanno ballando intorno alla bara colorata. Sono basita. Ballano, al ritmo ipnotizzante della musica di questo “organo a bocca”. Passi semplici, avanti e indietro. In cerchio intorno alla salma.
Guardo colpita questo modo di celebrare. Sono immersa nei miei pensieri, quando qualcuno mi prende per mano e mi fa entrare nel cerchio. Sono impietrita. Ma seguo il flusso. Seguo i passi. Io, proprio io, che non so ballare. Ma la musica è coinvolgente e l’emozione di questa danza macabra, rende i miei piedi agili e veloci. Ballo, ballo, senza riflettere. E a un certo punto capisco. Capisco perché sto ballando per la signora Chen, improvvisamente, nella mia mente che tiene il tempo e fa muovere i piedi, diviene chiaro perché sto danzando al suo funerale insieme a donne e uomini Miao in costume. La signora Chen è la prima generazione che ha visto arrivare gli occidentali in questa terra lontana. Nel bene e nel male, abbiamo contribuito a cambiare la vita di queste popolazioni.
Così al suo funerale, per uno strano scherzo del destino e del tempo, sono chiamata a rappresentare questa componente. Rendo onore alla signora Chen, ballo intorno alla sua salma, l’accompagno in un’altra vita e rappresento così il cambiamento di un’epoca, il segno di un cambiamento nella Cina, in questo Paese immenso e a tratti complesso da comprendere.

Ballo, mi stordisco con questa musica e mi sembra di partecipare a un pezzo di storia di questo popolo…

“Be careful”… mi dice ancora il ragazzo di Hong Kong. Già, anche lui mi fa sentire al centro di un cambiamento. Un mondo in evoluzione. Una storia tutta da scrivere. E la certezza che la nostra umanità, comunque vada la Storia, quella con la S maiuscola, è il bene più prezioso, quello che ci consacra all’eternità.

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Profondo Senegal: villaggi Bedik e Bassari

Profondo Senegal: villaggi Bedik e Bassari

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La barca scivola veloce sull’acqua lenta del fiume Gambia. Si ferma poco prima di una piccola rapida. Sono lì. Ne conto otto. Ippopotami: proprio quello che speravo di vedere. A pelo d’acqua si scorgono le orecchie tonde e le narici… e li si sente soffiare. Ci guardano. Poi all’improvviso, uno di loro salta fuori e fa una specie di tuffo, mostrando tutto il suo sederone… Troppo bello. Non siamo venuti in Senegal per vedere gli animali. Ma una puntata al Niokolo-Koba National Park l’abbiamo fatta. E abbiamo fatto bene. Abbiamo visto tre gruppi enormi di babbuini: femmine, piccoli, grandi maschi, sono centinaia. Davvero una visione sorprendente. E poi antilopi, diverse famiglie di facoceri e monumentali termitai. Dormiamo in un campement, una decina di capanne spartane, vicino al fiume. Così, proprio sotto al campo, ci godiamo i coccodrilli dormire e le gazzelle abbeverarsi: un pezzo di natura selvaggia che ci fa entrare in un mondo a parte, con la sensazione strana di essere tornati alle origini.
Ecco questo viaggio mi sembra proprio questo: tornare indietro e riscoprire quella lentezza e semplicità che abbiamo completamente perso. Accade anche in altri posti dell’Africa. Ma qui, alla natura selvaggia, si somma un popolo veramente accogliente, che ama chiacchierare. Così facciamo continuamente amicizia e la sera al buio sotto le stelle parliamo per ore con i nostri ospiti: del loro paese, delle tradizioni, della natura, ma anche di politica e di povertà. È un tempo, questo serale, che non avevo previsto e che diventa sempre più interessante e sorprendente man mano che ci allontaniamo dalle cittadine, verso i villaggi del Senegal Orientale, il “Senegal du profondeur”, dove siamo diretti. Ma facciamo un passo indietro.

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Appena atterrati all’aeroporto di Dakar decidiamo di andare a Toubacouta, nel Delta del Sine Saloum. Qui la natura è travolgente: il fiume si divide in tanti rami e lungo le sponde, una intricata selva di mangrovie crea geometrie quasi spettrali. I baobab svettano. Hanno tronchi grandissimi nei quali ci si può avventurare. Sono alberi mitici dove, una volta, i griot, i cantastorie e poeti che conservano la saggezza degli avi, venivano seppelliti. Anche i fromager sono alberi enormi, di una bellezza disarmante. Ne incontriamo uno antichissimo. Sono rapita, mi sembra come di avvertirla questa energia primordiale: un’energia femminile, creatrice e feconda. Il bello però deve ancora venire: la sera al tramonto andiamo con una piroga colorata in un angolo sperduto del delta, mentre il sole sta tramontando. C’è una isoletta. È il rifugio notturno di centinaia di aironi, garzette, pellicani e altri uccelli. All’improvviso arrivano, in gruppi e atterrano sulle mangrovie. E’ uno spettacolo potente, primitivo e selvaggio. Gli uccelli colorati e schiamazzanti, il cielo rosa e rosso e il fiume immobile. Questo è il benvenuto che ci riserva il Senegal.
È da qui che partiamo alla volta del parco Niokolo-Koba di cui ho già detto. E di lì lungo una strada a tratti non asfaltata, dove la terra rossa ricopre ogni cosa, andiamo verso la nostra destinazione: i villaggi animisti Bedik e Bassari.
La strada è lunga per arrivare a Kedougou e il traffico è molto pesante: camion carichi all’inverosimile viaggiano verso sud portando ogni genere di merce. Molti sono rovesciati lungo la strada e non si sa cosa ne sarà di loro.

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Quest’area dell’estremo sud est del Senegal a pochi chilometri dal confine con la Guinea, è una zona bellissima e poco frequentata. Da Kedougou c’è ancora molta strada da fare, sempre su strada di terra rossa. La pianura ora diventa collina, e si attraversano villaggi rurali, fatti di capanne circolari di fango con i tetti in paglia. Il tempo qui sembra essersi fermato. Le donne vanno ai pozzi a prendere l’acqua. Hanno tutte un bimbo appeso sulla schiena e colorano con i loro variopinti abiti la savana. I bambini appena arriviamo ci corrono incontro. Hanno occhi grandi e sorrisi che aprono il cuore. Ci tendono la mano e così di villaggio in villaggio ci portano a conoscere gli anziani. Qui contano davvero. Sono la sapienza e la tradizione e sono ascoltati e onorati da tutti. Veniamo così benedetti da una donna novantenne cieca, mentre decine di bambini urlano il nostro nome. È strano far parte di un rito che non conosciamo, ma che in qualche modo ci appartiene, perché riguarda la nostra umanità, il nostro essere umani e basta.

In ogni piccolo villaggio c’è qualcosa da imparare, di cui fare esperienza, sotto l’occhio attento di un fromager o di un baobab. Impariamo tradizioni antiche, conosciamo maschere e rappresentazioni di dei e forze della natura. Ci bagniamo sotto le acque gelide di una cascata altissima in mezzo alla foresta, mentre donne seminude e vocianti fanno il bucato, battendo i panni. Il sorriso scanzonato delle diverse guide del posto, ci ricorda che siamo comunque toubab, bianchi. E che anche se cerchiamo di carpire ogni segreto e comprendere ogni simbologia, restiamo turisti occidentali in visita a Badian, Etiolo, Iwol, Afia, Dindefelo…


Il fascino di queste terre e di queste persone che non hanno luce, acqua corrente, il cui primo dispensario medico è a chilometri di distanza, è palpabile. Il ritmo di vita immediatamente diventa quello della natura: luce, buio, fame, sonno.
I racconti serali si amplificano da queste parti. La curiosità è nostra, ma anche loro. Un punto di contatto che ci accomuna: voler saper dall’altro, cosa c’è oltre il fiume, oltre la collina, e far volare l’immaginazione verso un mondo che, da entrambe le parti, possiamo solo intuire. Così il racconto della visita inaspettata di un leone, la descrizione dei costumi dei guerrieri il giorno dell’iniziazione, la spiegazione del fuoco nella foresta che di notte la illumina a giorno, e dei figli che nascono numerosi e spesso scelgono di andare via, diventano il testo di un’epica contemporanea, una sagra semplice e intensa di un esistere da sempre e per sempre. Così ripartiamo, carichi di nuove spunti per pensare a noi e al nostro tempo, a come lo impieghiamo, se siamo davvero felici, se vorremmo fare altro, cambiare e vivere in modo più vero e sincero.

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Il ritorno a Dakar è un lungo lento addio a questi ritmi. Rivediamo villaggi e baobab e donne al pozzo e bambini che corrono urlanti. Solo una visione ci allontana dai nostri pensieri: il mercato del bestiame. Nel mezzo di niente, spuntano migliaia di montoni bianchi, di capre e poche mucche governate e condotte da decine di uomini vestiti di blu. Scendiamo dall’auto e ci avventuriamo sotto lo sguardo divertito e a volte infastidito dei mercanti. Qualcuno ci offre una capra, da trasportare sul tetto della macchina, come usa fare qui. Decliniamo l’offerta: Dakar è ancora lontana.

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La capitale ci accoglie con il suo traffico, il suo cemento e la sua povertà.
Ma sulla spiaggia di Yof ritroviamo il nostro Senegal. Decine di persone aspettano schiamazzanti e colorate l’arrivo dei pescatori, mentre bambini e ragazzi lavano le loro capre bianche nell’acqua salata dell’Atlantico.

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Immagini, odori, suoni si mescolano in una miscela forte e a tratti illuminante. Pensieri intermittenti quanto profondi mi fanno sentire con altri sensi. È questo che sto cercando? Conoscere realtà sempre nuove, mettere a confronto filosofie e pensieri, comprendere con altri occhi il presente e il suo senso, intuire così il mio percorso e il mio destino? Penso proprio di sì, penso di averlo sempre saputo. Penso sia venuto il momento di renderlo storia.
È questa dunque la mia iniziazione animista senegalese?
Non lo so o forse lo so fin troppo bene. Così mi lascio scuotere e perdere dal suono di decine di tamburi e djembe sulla bellissima spiaggia di Toubab Dialaw. Intorno al fuoco, si balla, sul confine del ritmo che divide davvero l’Africa e l’Occidente. Tra creatività spontanea e necessità, nuove spiritualità e sorrisi che non finiscono mai.
Sì il mal d’Africa esiste davvero.

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Il mio Tibet. Kham, Tibet sconosciuto.

Il mio Tibet. Kham, Tibet sconosciuto.

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Tibet, Tibet. La destinazione risuona nella mia testa. Un posto affascinante, pieno di mistero,  spiritualità, natura incontaminata… Sì, saremmo andati in Tibet quell’estate.

Come sempre, decido di muovermi in autonomia. Guardo i siti, le guide turistiche. Capisco subito che bisogna fare un permesso speciale, che non è possibile visitare da soli la regione, ma che si deve essere sempre accompagnati da una guida locale. La cosa non mi convince. E i costi sono molto alti. Sono un po’ delusa… Decido di cercare su Instagram qualche foto, qualche suggestione. Scopro così che anche fuori dalla Provincia Autonoma del Tibet, c’è una ampia zona tibetana. M’imbatto, infatti, in alcune foto stupende del Tibet Kham… Il Tibet Kham è, in parte, in Sichuan. E, dunque, si può visitare in completa autonomia e senza permessi. Ci sono poche foto e sulle guide poche pagine. La cosa colpisce molto la mia immaginazione. Poche foto significa poco turismo che a sua volta significa viaggio complicato, ma spesso molto autentico. La faccenda comincia a piacermi. Mi piace viaggiare fuori dai percorsi, sono abituata ad adattarmi e adoro le sfide. Sì, saremmo andati in quella zona.

Partiamo da Chengdu, capitale del Sichuan, dove la gran parte dei turisti viene per vedere i Panda giganti (troppo carini!). Viaggiamo nel Kham per dodici giorni, in auto. Ogni giorno è una scoperta, una magia, ma alcuni luoghi per me diventano un salto in un’altra dimensione. Sì, proprio così, un salto quantico, sbalzati dentro a un sogno, un sogno con gli occhi ben aperti. E come ogni salto quantico che si rispetti, serve una “porta”, una soglia da oltrepassare. Per me la porta sono i passi di montagna da attraversare, i passaggi strepitosi ad altitudini tra i 4270 metri e i 5050 dove arrivi con il fiato corto e la testa che scoppia e non sai se è per l’altezza o per l’emozione di vedere migliaia di bandiere della preghiera colorate tese nel vento, per la vista sulla prateria verdissima costellata di Yak (le “mucche” pelose di queste parti) che pascolano vicino alle tende bianche dei nomadi.

 

 

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Primo salto quantico.

Partiamo presto da Xinduqiao, a pochi chilometri c’è l’ultimo aeroporto, il Daocheng Yading Airport, il più alto del mondo. La strada è stupenda, una valle lungo un torrente. Da queste parti l’acqua non manca: si costeggiano, quasi sempre, ruscelli che, scendendo, diventano torrenti e poi fiumi, a volte anche molto grandi. Anche in questo caso l’acqua è impetuosa… E mentre siamo persi ad ammirare la natura, ecco il primo ponte tibetano… pieno di bandiere, apparentemente fragile sulle rapide. E con lui le prime pietre con le parole sacre incise o dipinte e le immagini di Buddha nelle sue diverse manifestazioni… Con queste immagini negli occhi arriviamo sulla piazza di Tagong. C’è una grande animazione, tantissime persone entrano nel tempio. Dentro sta per prepararsi una cerimonia speciale. Così speciale che sono venuti quattro Lama, da lontano a presenziare. Gli spettatori sono quasi esclusivamente tibetani in abiti tradizionali: le donne hanno gioielli e acconciature speciali, gli uomini i tipici cappelli. Per l’occasione il cortile del tempio è addobbato con bandiere e tendaggi con le immagini di Buddha. L’atmosfera è incredibile. Ma il meglio deve ancora venire. A un certo punto inizia la musica e da dietro una tenda, ecco uscire decine di monaci che sfilano suonando gli strumenti tradizionali, tra cui gli spettacolari lunghissimi corni. Il cortile si riempie di suoni e di colori. Sì, ora siamo davvero in Tibet, in quel Tibet che ho sognato di visitare. La festa è bellissima: i monaci ballano in tondo e suonano. Siamo a 3700 metri, sotto la montagna, il cielo è blu. Il tempio rosso scuro, gli addobbi giallo oro. Sento una profonda vertigine prendermi. Chi sono? E cosa voglio da questa vita?

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Secondo salto quantico.

Partiamo da Garze direzione Yarchen Gar il sito dove abitano 10.000 monache e moltissimi monaci: una specie di città sull’ansa di un fiume a quasi 4000 metri. Un posto super spirituale. Per arrivare dobbiamo superare un posto di blocco. Ma i controlli sono sbrigativi: quando abbiamo visitato noi la zona non c’erano tensioni, almeno apparentemente. Arriviamo e sentiamo cantare in lontananza. Ci affrettiamo e quello che ci aspetta è veramente unico: migliaia di monache e monaci nel cortile del tempio in preghiera. È un mare rosso. Hanno appena finito e si stanno alzando. Dall’emozione non riesco neanche a scattare una foto. Mi riprendo subito. E scatto volti meravigliosi, occhi e sorrisi dolcissimi che ci guardano incuriositi. Non vediamo occidentali e anche i pochi turisti cinesi sono in cima alla collina a rimirare lo spettacolare panorama del posto. Solo io e Carlo siamo quaggiù, a bordo fiume in mezzo a questa folla colorata e sorridente. Attraversiamo un ponte completamente immersi in una fiumana di monache… seguiamo il flusso. Dall’altra parte un grande slum con baracche fatiscenti, dove le devote vivono in totale povertà, passando le loro giornate tra canti e preghiere. È vietato entrare, quindi giriamo intorno alla baraccopoli e riusciamo a raggiungere un altro tempio dove si stanno radunano migliaia di monache a cantare. È veramente incredibile. Sono sedute per terra, cantano, mentre fanno roteare le ruote della preghiera. È un mare di teste rapate, di tonache rosse e di suoni sacri. Ci sediamo ad ascoltare, a pregare forse.

Quando ripartiamo vediamo volare alti gli avvoltoi, ci spiegano che c’è stato un funerale: qui i morti vengono fatti a pezzi all’aperto e offerti agli avvoltoi perché la carne ritorni alla natura.

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Terzo salto quantico.

Siamo a Dege dove si trova la più grande stamperia di libri sacri del Tibet. Non capiamo esattamente cosa stiamo per visitare. È un edificio sacro, intorno al quale, a tutte le ore, i fedeli camminano, pregando, sempre in abiti tradizionali, sempre con le acconciature e i gioielli nei capelli, facendo roteare le ruote della preghiera. Entriamo. C’è un grande stanzone, dove senza posa, si stampano i testi sacri, ancora a mano, inchiostrando le tavole di legno incise. A due a due, una decina di coppie di uomini, in perfetta sincronia inchiostrano le tavole rettangolari in legno con incise le “pagine” dei libri. Appoggiano un foglio bianco e lo stampano a contatto. I gesti sono velocissimi. Intorno a loro, decine di corridoi pieni di tavole. Migliaia di tavole, contenenti tutti i testi. Camminiamo nella quasi oscurità in mezzo a questi “libri” di legno. La sapienza, la saggezza è contenuta in questo edificio, in questi bui corridoi, dove i monaci si muovono silenziosi, prendendo dagli scaffali le parole di legno. Che ci sia anche il segreto della vita? Mi sembra di essere tornata indietro nel tempo, o forse avanti. È reale tutto quello che sto vedendo? Fuori la folla cammina pregando intorno all’edificio, come se proteggesse questo spazio, come se l’intero sapere del mondo fosse depositato in questo magico luogo e i tibetani di Dege ne fossero i custodi.

Quarto salto quantico.

La valle che si apre davanti a noi è mozzafiato. Siamo al Dzogchen Monastery. Ci sono numerosi edifici dorati, templi, decine di alloggi di monaci e sullo sfondo un ghiacciaio. Sembra il regno misterioso di un film fantasy come il Signore degli Anelli, la città proibita di un pianeta di Star Trek o di Guerre Stellari. Sulle nostre teste, volteggia un grande rapace, forse un’aquila, sembra sia venuto a salutarci. All’ingresso un grosso cervo con le sue possenti corna. Ci fermiamo a visitare un edificio molto grande. Entriamo e capiamo che si tratta dell’alloggio dei monaci: tante stanzette, intorno a uno spazio comune. Ci viene incontro un ragazzino monaco vestito di rosso. Ci fa segno di seguirlo, ci mostra delle chiavi. Apre per noi la porta del tempio che c’è poco più in là. Ci mostra le reliquie contenute, ci offre del te al burro di Yak e ci benedice sotto lo sguardo austero di un Buddha dorato. Non credo che abbia più di 13 anni. Siamo senza parole. Decidiamo di dormire nella foresteria coloratissima del tempio. Non c’è acqua corrente, i bagni sono in comune e senza porte (come in gran parte della Cina rurale). L’acqua è gelata e anche l’aria. Ma la famiglia tibetana che alloggia a fianco a noi ed è venuta in gita al tempio, ci offre la tsampa (un cibo a base di farina di orzo e di burro di Yak) e un mare di sorrisi. Così noi sentiamo un tepore nuovo: sarà questa forse la felicità? Alziamo gli occhi al cielo: è pieno di enormi scie di stelle cadenti, che con l’altezza, la limpidezza e il buio di qui sono straordinariamente belle. Sì. È certamente questa la felicità.

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Potrei raccontarvi ancora delle scuole di monaci che abbiamo visitato con le lezioni di ceramica, di musica, di filosofia; potrei cercare di descrivere la gentilezza delle persone che abbiamo incontrato, i loro volti scavati dal sole e dal freddo. Potrei dirvi i nomi di tutti i templi maestosi che abbiamo visitato, dei monasteri mistici e al tempo stesso misteriosi, come quello davvero speciale di Katok. Potrei dirvi che la natura è bellissima, selvaggia, forte. Potrei. Però spero che possiate un giorno andare anche voi a visitare questi luoghi e mi piace pensare che sia questo mio piccolo articolo ad avervi ispirato. Buon viaggio nel Tibet Kham.